Monday 18 january 2010
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16:33
Calabria: silenzio malato.
Laura Morrone.
Tutti sanno ma nessuno parla. Paura e omertà. Paura di subire violenze e omertà imposta per il timore che i silenzi assordanti ed i rumori punitivi trapelino al di là delle mura di casa.
È grave il disagio ed il clima di terrore che serpeggia velenoso tra la
gente, che indifferente conduce una vita apparentemente tranquilla, ma che evita qualsiasi argomento scottante.
La paura vien di note quando automobili bruciano per autocombustione o
probabile ritorsione; la paura arriva quando alle cinque di mattino all’improvviso si sente un boato: è una bomba posizionata innanzi alla Procura Generale di Reggio Calabria.
La paura arriva quando gli esercizi commerciali ricevono visite di
gente scomoda, che ordina gentilmente di servirsi delle loro aziende, o di assumere i loro protetti.
La paura viene quando innocenti accompagnatori si trovano al posto
sbagliato nella traiettoria di certi proiettili volanti.
E poi veniamo accusati dai giornalisti che mentre scrivono, sanno di
dire fandonie, ma è divertente proferirle perché sono frasi ad effetto.
Infatti, si chiede Feltri, “perché i calabresi non sparano sulla
‘Ndrangheta che li opprime? È solo una questione di rapporti di forza. “Gli extracomunitari sono poveri e debolissimi, brutti e sporchi: bersagli ideali. Mentre la criminalità organizzata, che
tiene in scacco le forze dell’ordine e lucra sul lavoro della gente di qualsiasi colore, è forte violenta e vendicativa e, quindi, conviene non toccarla”.
Tutto sommato anziché indignarsi per cotanta saggezza, meglio sorridere
e pensare che se le cosa fossero così facili, come il direttore Feltri le descrive, probabilmente la “Calabria sarebbe libera”, proprio come titola il suo giornale.

“Tuttavia non lo è ed i calabresi oltre ad essere definiti razzisti a questo punto sono anche stupidi, perché non hanno chiaro il loro bersaglio...”
Nonostante tanta ilarità spontanea, innanzi a queste dichiarazioni,
credo sia il caso, visto l’argomento, ritornare ad essere seri e a chiamare le cose col loro nome.
La ‘Ndrangheta è nata in Calabria, ma è domiciliata presso, per lo più
nordiche; ha la residenza all’Estero e non ci è dato sapere l’esatta dimora, perché è segreta.
Il fenomeno della ‘Ndrangheta non spetta alla Calabria combatterlo, e
né spararla usando violenza perché noi calabresi non siamo violenti e non lo siamo nemmeno stati nei confronti di gente più povera di noi, che nessuno di noi si è mai sognato di sfruttare, perché
essendo noi miserabili (così siamo stati definiti da Feltri) non ne avremo la possibilità.
Dare inchiostro alla penna è un’arte, chi la esercita e la coltiva con
amore è sempre nel giusto, perché è più gratificante ed è più professionale dire la vera verità, e non solo la verità delle vendite di titoli e parole sensazionalistici.
La Calabria continua a sopravvivere e lo fa con orgoglio e questo è un
concetto che ancora è chiaro a pochi.
La paura infetta e procura prostrazione psico-fisica in chi non può
fare a meno di vedere o ascoltare, ma non può parlare. Meglio non avere nessun motivo per cui avere paura e quindi meglio non vedere.
Ma c’è chi è costretto a vedere, ad avere a che fare con certa gente,
per cui abbassa lo sguardo e fa finta di non pensare. Anni di omertà mutano il carattere e la genetica degli individui per questo schivi e scostanti vengono definiti i calabresi.
A volte, si assiste impotenti a spedizioni punitive nei confronti di
chi non vuole cedere al ricatto del terrore ed alle violenze fisiche e psichiche e per i quali si adottano strumenti di castigo repellenti.
Quelle immagini ritornano lucide procurando una fitta in fondo al cuore
fino a punzecchiare le costole e far mancare il respiro. Gli occhi della paura sono rivolti verso il basso, e non sono occhi vigliacchi, perché l’atteggiamento trasmette rassegnazione e
prostrazione innanzi ad entità indistruttibili, che hanno un potere, ma che soprattutto nessuno vuole sottrarglielo.
Non è uno, due calabresi che si ribellano che debelleranno il problema,
né tantomeno l’omertà ne è la causa.
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